INDIKA | Recensione Narreview #04
Un assurdo racconto sulla fede religiosa (e su come annichilirti).
Bentornati su Narreview, la serie ad altissimo rischio spoiler di Scenarios! Questa è una recensione che prende in esame lo storytelling di un videogioco divisa in votazioni per ogni elemento. Eccovi una legenda dei punti valutati e i numeri precedenti:
Sviluppato da Odd Meter e pubblicato da 11 Bit Studios, INDIKA è un dessert a sorpresa, il fuori menù che il proprietario tira fuori al momento giusto e che ti resta impresso. Non conoscevo lo sviluppatore, ma ora lo terrò d’occhio. Parliamone subito.
Soggetto
Siamo Indika, una suora di clausura nella Russia di fine Ottocento. Per le nostre arcigne sorelle siamo l’ultima ruota del carro e, con la scusa di farci consegnare una lettera al vicino monastero, ci allontanano dal convento. Il nostro è un viaggio sgangherato, stralunato e segnato da una crisi spirituale via via più ingombrante, in una Russia tardo-zarista deforme che ricorda le atmosfere del cinema fantastico-assurdo della Mosfilm (pellicole come Città Zero o Kin-Dza-Dza!, per citarne alcune).
Un’avventura in III persona in equilibrio tra le incidenze dello storytelling ambientale e la personale missione della protagonista, che incuriosisce, inquieta e diverte con un gameplay eterogeneo ma sensato. A volte è tutto ciò che cerco.
Voto: 9/10
Protagonista
Indika è simpatica. Riesce a incarnare sia la vittima che l’avventuriera, la devota e la filosofa. Viviamo la sua avventura perché lei per prima ci ricorda quanto ogni deviazione sia profondamente sacrilega e trasgressiva, e perciò desideriamo che riesca nell’impresa, qualsiasi essa sia.
La sua forza è contagiosa e le sue parole le ascolteremo sempre con sincero interesse, desiderando con crescente preoccupazione che Dio (o il Diavolo) la premi per ciò che è e ciò che rappresenta: una ragazza come tante altre che affronta un viaggio esistenziale.
Voto: 9/10
Altri personaggi
È un “film” di sole comparse, eccezion fatta per un comprimario che ci accompagnerà praticamente dall’inizio alla fine. È Ilya, un fuggitivo in cerca di un miracolo e che incontriamo per caso. Emaciato, gravemente ferito, disperato uomo di fede, convinto che tre baci al kudets, un artefatto sacro del monastero di Spasov, possa guarirlo, perché lui, ladro e criminale, agli occhi di Dio meriterebbe un miracolo più di un innocente, per il invece quale il Paradiso è già assicurato.
Da tempo non mi imbattevo in un personaggio cruciale così tragico. È il contraltare di Indika, la fede incrollabile contro quella più che friabile della ragazza, e per questo fonte di uno splendido conflitto.
Menzione speciale al Diavolo, goliardico e sofista, che, un po’ come i narratori di Return to Monkey Island, The Stanley Parable o Hades, partecipa all’azione e dialoga con la protagonista, abbandonando la propria cornice extradiegetica.
Voto: 9/10
Spazio e worldbuilding
Eccezionale. L’ambiente viene trasformato con l’incedere dei dubbi di Indika: foreste innevate e piccoli villaggi abbandonati lasciano spazio a fabbriche di caviale gigante, abissi industriali dalla prospettiva impossibile, monasteri dalle campane grandi come palazzi. Il gigantismo, la distorsione, l’inizio di un respiro pre-rivoluzione con un’inaspettata dose di steampunk non fanno che raccontare un mondo in cui Dio è destinato a morire, il tutto senza (quasi) dire una sola parola. Chapeau.
Voto: 10/10
Tempo e architettura della storia
Linearissimo, tre-attosissimo modo di organizzare la storia. L’intreccio dosa coscienziosamente i flashback sul passato di Indika e sul perché sia stata “mandata dalle suore”, proponendoli come minigame in una (splendida) pixel art. L’azione al presente vive tra piccole cutscene dirette in modo efficace e dialoghi in-game, principalmente tra Indika e Ilya. Molta semplicità che funziona. Tutto acquisisce un senso alla fine, di cui parleremo tra poco.
Voto: 7/10
Sceneggiatura
Quando si hanno a disposizioe poca durata o pochi personaggi, il rischio della sceneggiatura-tesi dell’autore è sempre in agguato: se i mezzi per scrivere l’opera scarseggiano (per scelta o limitazione), si può venire tentati a polarizzare le parti in gioco, alzando un vessillo del proprio messaggio anziché creare un’esperienza sfaccettata. In teatro, settore rinomatamente squattrinato e non privo di amatorialità, questo effetto (per me) collaterale è reale: capita spesso di individuare il personaggio-autore che ha la visione “giusta” del mondo e che la somministra al pubblico senza per forza dialogarci dichiaratamente.
In INDIKA, la struttura tesi-antitesi-sintesi è persistentissima, ed è chiaro dove il gioco cerchi di spingerti. Ilya crede ciecamente nel miracolo ma non riesce ad argomentarlo con la stessa efficacia della parlantina di Indika - per non parlare di quella del Diavolo -, presa dal dubbio che è anche il tema portante dell’opera. Il risultato è una lunga serie di scambi filosofici dal sapore agostiniano che gravitano pressochè sempre attorno al tema della religione, con pochissime (e piacevoli) variazioni. Nulla stroppia, comunque, e parliamo di 4-5 ore di avventura intense emotivamente e intellettualmente, con “parole dense” ma, in definitiva, molto belle.
Voto: 8/10
Parole del mondo
Interfaccia ridotta all’osso con un pazzo sistema di progressione per punti esperienza a tema religioso, dichiaratamente inutile ai fini del gameplay, tra Punti Penitenza e Punti Colpa, che conferma un po’ quanto detto sopra;
Brevi cartelli con passi ripresi dai testi sacri alla religione ortodossa tra un capitolo e l’altro;
Descrizioni diegetiche degli oggetti sacri che troveremo in giro per il mondo sempre accurate eppure con quell’impercettibile tocco di sarcasmo.
Piccole note di una melodia di cui riconosciamo presto tutti gli strumenti: l’inutilità degli idoli, veri o falsi che siano, l’onnipresenza della Chiesa con le sue contraddizioni… È tutto giusto, seppur sintetico.
Voto: 7/10
Tema centrale e temi nascosti
Il finale dà senso all’intero viaggio e mi ha trasmesso una melanconia che non ho potuto scrollarmi di dosso per un po’. Per chi non lo sapesse, metà della mia famiglia è russa. Ci ho anche vissuto, in Russia. Čechov, Dostoevskij, Tolstoj… Ognuno di questi autori porta la fede e il mondano come temi centrali di intere opere, sfidando il lettore ortodosso con apparente amarezza e straordinaria ironia. Mia nonna stessa rappresenta il rigore nella mia personale costellazione famigliare, mentre mio nonno quella stessa ironia che ho ritrovato anche in INDIKA. E mentre l’opera si chiude in un trattato interno sull’essenza della fede e del libero arbitrio, sulle sue ricompense e i suoi paradossi, io penso a questo, pur se non correttissimo:
Se il tema centrale di INDIKA ci parla dell’importanza di porci domande, il suo tema nascosto ci parla dell’inutilità di porci domande. E ciò è molto russo, posso confermarlo da insider.
Voto: 8/10
Momenti memorabili
L’aneddoto di Macario, raccontato dalla guardia del carcere del monastero. Da brividi, ma potentissimo.
Voto: Entrata in Paradiso Facendo Cose Molto Discutibili
Giudizio finale
Un gioco che prova tante forme di gameplay, un po’ a spizzichi e bocconi senza approfondirle troppo. Tendo a non separarli, storia e gameplay, ma l’essenza di Narreview è proprio questa. Il mondo di INDIKA volevo scoprirlo e l’ho scoperto, volevo meravigliarmi e mi sono meravigliato, volevo vincere la beatitudine ma sono caduto dolorosamente.
Un gioco crudele, così atipico per il mercato e il momento storico che spicca volente o nolente. Ma poi, pensiamoci, quanti altri giochi toccano certi argomenti con questa qualità?
Voto: 9/10
Grazie per la lettura! Molto presto arriveranno altre Narreview! Ogni feedback è ben accetto, nei commenti o in privato!







