Stray, Kae Tempest e l'atto creativo
O cosa fare per uscire dall'abisso.
Quando finii Stray (BlueTwelve Studio/Annapurna Interactive), dovetti riflettere un po’ sul tema segreto dell’opera. Se l’argomento è ciò che ti viene detto, il tema segreto è ciò che ti sussurra la storia, senza che necessariamente i personaggi ne parlino. Anzi, è quasi un brutto segno che si parli qualcosa di segreto, no? Ne parlo più approfonditamente qui:
Dopo aver riflettuto sul suo mondo, sui suoi abitanti, capii che il tema segreto era stato espresso senza troppi fronzoli, da quegli stessi, strani personaggi che popolano la città sotterranea. Una contraddizione di quella regola d’oro, ma giustificata. Gli “Oltreggiosi”, un gruppo di robot centenari che lottano per evadere dalla città infestata dagli Zurk e conoscere l’Oltre (il mondo esterno), funzionano perché un’imitazione degli esseri umani. Dapprima, i robot del mondo perduto della città-bunker appresero a sognare. Poi a “produrre cultura”.
Un NPC trovato in una delle prime, grandi aree popolate esplorabili, confida al gattino protagonista che la sua umanità deriva dalla musica. Un altro, dalla sua capacità di replicare bellissimi murali, tra le prime forme di arte visiva non umana all’interno della storia del mondo di gioco. Da semplici inservienti senza padrone, dopo secoli di assenza umana, i robot hanno trovato una coscienza collettiva. Assolutamente emergente, spontanea e non programmata. Questa rinascita coincide col loro bisogno di fare arte.
Forse ora più che mai si parla dell’arte prodotta dalle IA. È un tema, molto sinceramente, che mi annoia. Non perché non sia turbato da ciò che possano creare le intelligenze artificiali: ho già assunto che sono destinate a creare opere d’arte sempre migliori. Un giorno, le canzoni, le installazioni di videomapping, le sculture prodotte da esse saranno semplicemente perfette. Ma non le considererò mai come una prerogativa rubata all’essere umano finché nascerano sotto un imput esterno. Le IA, ancora oggi, sono esecutrici, quindi dovremo aspettare l’arrivo della cosiddetta Intelligenza Artificiale Generale per assistere a una forma di vita intelligente non umana con il bisogno di fare arte. Prima di allora, sarannno atti creativi, ma non produttori di cultura. È questo il bello dei robot di Stray: sono IA Generali e, un po’ come Markus di Detroit: Become Human, compiono una ricerca dagli esiti insicuri. Creano una rottura, un imprevisto, una cultura imprevista.
Quindi, mi sono detto: se la storia di Stray parla di un gatto che cerca di scappare da una città isolata ermeticamente (e infestata da un batterio modificato, creato da una corporazione e sfuggito al suo controllo) e che, nel frattempo, aiuta i suoi abitanti a evadere insieme a lui, perché ho la sensazione che quell’Oltre non sia affatto importante? La ricompensa finale non corrisponde con l’insegnamento. La fuga dal Jurassic Park non insegna a rispettare la vita. Il lieto fine, potremmo dire, serve come sintesi di una lezione che ti è già stata impartita tra il secondo e il terzo atto, ma non rappresenta il perché di quella storia. Il lieto fine è una fine, non il fine. Forse, gli Oltreggiosi diventano bambini veri nella loro prigionia, scoprendo il valore dei sogni dentro la gabbia, e non toccando il sogno con mano.
Non posso non pensare al fatto che Stray fosse stato concepito durante la pandemia da COVID-19. Pandemia che ha costretto un po’ tutti a scendere a patti con una nuova forma di comunità. Kae Tempest, rapper e persona di teatro, Leone d’Argento per il teatro alla Biennale di Venezia per la sua intensa attività drammaturgica, scrive nel suo “saggio poetico” On Connection:
“Mi ritrovo a combattere con il torpore. Ma non c’è modo di trovargli un antidoto, di vaccinarci contro di esso o di bandirlo dalla tavolozza della nostra esperienza. Il torpore è parte dell’esperienza.”
La “connessione creativa” che spinge l’essere umanno a combattere contro il torpore è sempre, sempre, sempre una risposta a una condizione. Mai a un ordine. Mai un codice di programmazione. Trovarsi per ascoltare le poesie di un collega o assistere all’inaugurazione di una mostra non elimina il torpore, non offre il 100% di vittoria, ma è un atto imperfetto e innocente. Il risultato garantito contro il torpore, d’altro canto, piace alle grandi aziende, le prime a investire nelle Intelligenze Artificiali Deboli, come ChatGPT et similia. E se William Blake ci ricorda che lo sconosciuto (unknown) non è necessariamente non percepito (unpercieved), possiamo essere certi che le IA odierne conoscono, non percepiscono. Conoscono, ma non sanno perché lo conoscono. Dove sta, quindi, il loro sforzo poetico quando temiamo che gli artisti non servano più?
Kae Tempest ha letto le proprie poesie nei contesti più disparati: sfilate di moda, piccole librerie, feste milionarie o pub trasandati. Imbarazzata, chiedendosi cosa ci facesse a leggere la propria opera a folle così differenti. Eppure, qualcosa succedeva sempre. La stanza, o la piazza, o il corridoio in cui leggeva, “si riempiva”. Non proprio una ricompensa capitalizzabile.
Gli Oltreggiosi creano comunità a partire dalle pubblicità di mete di vacanze lasciate, in un remoto passato, dagli umani che fondarono la città. Imparano a disegnarle, a completarle con l’immaginazione; il loro sforzo, la presa di coscienza prima di pochi individui e poi di una comunità, è il tema segreto di Stray. E, guarda caso, l’azione principale del protagonista, un gatto intrappolato in un abisso pieno di nuovi amici, da “evadere” diventa “aiutare”.






