Bentornati su Narreview, la serie ad altissimo rischio spoiler di Scenarios! Questa è una recensione che prende in esame lo storytelling di un videogioco divisa in votazioni per ogni elemento. Eccovi una legenda dei punti valutati e i numeri precedenti:
Sciocco, io. Ho acquistato questo gioco durante il D1 (e non lo faccio mai) e l’ho finito pochi giorni dopo. Avrei potuto scriverne subito una recensione, ma sapete che questo blog si prende i suoi tempi. Orbene, cominciamo a parlare di questa piccola chicca targata Fumi Games e pubblicata da PlaySide Studios.
Soggetto
Siamo nel primo dopoguerra. Jack Pepper, un veterano della Grande Guerra, qui chiamata “The Quite Big Affair”, lavora a tempo pieno come investigatore privato nella fittizia Mouseburg, una sorta di disneyana Topolinia ma tendente al gotico-poliziesco degli Anni 30’. Un mago scomparso, una deportazione di massa di toporagni (una chiara minoranza etnica rispetto ai topi del centrocittà) e l’omicidio (… topicidio?) dell’astro in discesa Betty Lynch irrompono nella vita di Jack, trasformandosi nel caso più marcio e contorto della sua carriera.
Molti recensori hanno scritto che questo incipit è un classico, che non è nulla di nuovo. Ma vorrei chiedere loro quali (e quanti) film noir conoscano per poterlo affermare. Scrivere sui cliché è un lavoro ingrato: tutti avranno la percezione di aver già conosciuto la tua opera e pochi, pochissimi avranno la pazienza o gli strumenti per riconoscere la tua ricerca, fermandosi a sensazioni di seconda mano. Ma questi soggetti classici, a volte, vanno premiati, soprattutto se fatti con un pizzico di amore.
Voto: 7/10
Protagonista
Jack Pepper è la versione topesca di Troy Baker, che infatti gli presta la sua voce. Un po’ Indiana Jones, un po’ Joel Miller… È un duro tormentato ma non depresso, con un suo senso dell’umorismo, guidato dalla curiosità di chi va avanti perché “se lo sente”; è l’uomo d’azione che vuole aiutare il più debole e l’investigatore che non teme l’oscurità di un mondo più cattivo, ma l’abbraccia e ci scherza.
A parte qualche freddura e gioco di parole sul tema “formaggio” (in questo gioco sono infiniti), Jack è l’avatar ideale: ha un suo passato, commenta il giusto e non fa niente di troppo illogico da infastidirci.
Voto: 8/10
Altri personaggi
Il candidato sindaco Cornelius, il professore malvagio Ze Professor, la giornalista Wanda e la nostra figlioletta adottiva Tammy, senza contare il capoccia del partito di chiara ispirazione nazionalsocialista che prende piede a Mousebourg, Milford Soyer…
I personaggi sono tanti, ben caratterizzati, ma fanno anche il giusto; sono poco più che cartelli con cui interagire tra una sparatoria e l’altra. La sensazione che il gioco sia un lungo viaggio solitario è persistente.
Voto: 6/10
Spazio e worldbuilding
Mousebourg e i suoi vali rioni sono un mix tra New York, da Broadway al Bronx, e Los Angeles, con tanto di studios cinematografici, con tanto di periferia popolata da bayou della Lousiana infestati da strane sette di fanatici e porti che ricordano i quartieri poveri di New Orleans.
Un concentrato di quell’America filmica resa cartoon, che a sua volta si fa videogioco. Uno spettacolo convincente, per quanto mi riguarda, con una nota di pregio alla resa scenografica di quasi tutti i livelli: le micro-storie che li popolano funzionano e hanno mordente.
Voto: 7/10
Tempo e architettura della storia
La quest principale si dirama numerose volte. Grazie alla nostra lavagna delle indagini, riusciremo a condurre tre casi alla volta che si intrecceranno più volte, spesso non in modo conseguenziale. Un indizio trovato seguendo la pista del mago scomparso, per esempio, potrà portarci in una località che ha a che fare coi toporagni deportati o l’omicidio di Betty.
Semplice, non così sorprendente come potrebbe suonare, ma abbastanza credibile da mantenere alta l’attenzione e la curiosità. Ricordiamo che è un piccolo FPS.
Voto: 7/10
Missioni secondarie
Non credo che questo voto debba far media: si tratta per lo più di oggetti da raccogliere in giro per le varie mappe e qualche dialogo con l’NPC che ci ha incaricati di trovarli. L’aspetto davvero debole della narrazione, ma anche il più superfluo, per cui nessun danno.
Voto: 4/10
Sceneggiatura
I numerosi dialoghi di questa avventura relativamente breve ci spingono a riflettere molto spesso sul bene e sul male, sulla diversità, sulla povertà e persino sulla guerra. A volte sentiamo la mano dello studio di sviluppo che spinge il nostro sguardo un po’ troppo apertamente e ben poco è suggerito o lasciato alla nostra immaginazione. Ma i temi ci sono, il pericolo e il rischio giungono al cuore del giocatore e i dialoghi, formaggio a parte, sono anche ben scritti.
Ogni manierismo derivato dal riferimento al noir è studiato e assolutamente voluto, compresa l’ingenuità tipica di questo cinema.
Voto: 8/10
Parole del mondo
I documenti e i diari trovati in giro per Mousebourg sono pochi. Avrei voluto trovarne di più, perché il mondo respira e vuole farsi conoscere davvero! Constatato ciò, tutto funziona quasi alla meraviglia: la sopracitata lavagna, l’inventario in cui conserviamo i giornali con le ultime notizie della città e le figurine collezionabili con le improbabili biografie dei giocatori di baseball di questo strano stato immaginario.
C’è dello spirito, c’è tanta politica (all’acqua di rose, ma c’è) e c’è pure una buona prosa nel raccontare il mondo.
Voto: 8/10
Tema centrale e temi nascosti
La recensione di una testata giornalistica italiana mi ha sorpreso con un giudizio in particolare; parafrasando, “la storia accarezza certe tematiche delicate senza mai davvero esplorarle con convinzione”.
Non sono sicuro di essere d’accordo. Questa storia utilizza il filtro del cartone animato per parlare degli effetti della Prima Guerra Mondiale e della depressione economica che fu terreno fertile per malcontenti e nazionalismi estremi. Soyer è chiaramente un Hitler americano; forse non vediamo i toporagni uccisi dai militanti del suo Partito Topocratico… ma li vediamo rastrellati e malmenati per strada. Non è esplicito, non è esplorato con convinzione?
Qui siamo del partito “less is more”. Forse una maggior profondità di Jack Pepper avrebbe potuto veicolare di più una certa sofferenza tutta europea, forse avremmo potuto desiderare qualche comprimario toporagno di peso, che ci avrebbe fatto “sentire” di più certe preoccupazioni. Ma avercene, di FPS che scelgono uno stile artistico unico, a prezzo budget, che non siano Wolfenstein e che parlino apertamente del nazismo.
Voto: 8/10
Giudizio finale
Un progetto nato come un esperimento, ma che regala un’avventura tutta indipendente come non se ne vedono spesso. Parliamo di una storia semplice, che fonda metà delle sue basi sul citazionismo di un certo tipo di cinema che forse non conosce quasi più nessuno.
Perché non goderci la sua cura, i suoi ammiccamenti e la sua stranezza, in questo panorama videoludico in cui c’è spazio per tutti?
Voto Narreview: 8/10









